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L’insegnamento, precarietà e vissuto, vetri e minestre – 1960

Negli anni Sessanta si infittiscono le presenze in manifestazioni di rilevanza nazionale.

Nel 1960 è invitato dal Centro di Studio e Informazione per l’Architettura Sacra alla “Biennale Internazionale di Arte Sacra” a Salisburgo e alla “Mostra del Bronzetto” a Padova. L’anno successivo viene chiamato a esporre alla “55a Biennale di Verona”, nella quale ancora una volta si aggiudica la medaglia d’oro per la Scultura grazie all’opera Torso con la quale, scriverà poi Arturo Carlo Quintavalle nel testo comparso a catalogo in una delle sue prime personali a Parma, “anche se voleva fare una scultura per linee-forza e una dissezione vera e propria del tronco, riusciva invece solo a costruire un bellissimo pezzo […] di estrema piacevolezza”2

All’età di ventitrè anni, nel 1961, comincia la sua carriera di insegnante. Gli viene assegnata la cattedra di Plastica all’Istituto Statale d’Arte di Ancona. Negli anni a seguire, fino al 1977, ricoprirà lo stesso ruolo negli istituti di Modena e Bologna. Nel 1965, oltre a concedere un’opera al Muzey na Sovremena Umetnest di Skopje (ex Jugoslavia), riceve l’incarico per la realizzazione di un’opera in marmo nell’ambito di un seminario di scultura, insieme a Dezza e Dries, presso la ditta Henraux a Querceta di Serravezza, nei pressi di Lucca. Candido Volta racconta quelle intense giornate: “Il sole della Versilia a picco sul bianco dei marmi è abbacinante: brucia gli occhi. Ma, indomiti, i tre giovani cavano con lo scalpello pneumatico, tra un rumore infernale e un pulviscolo di schegge minute. […] Raspanti ha tradotto nel marmo una scultura pensata in bronzo, dando prova di una capacità rara in questa operazione difficile, e rendendola plausibile nella struttura e nel ritmo espressionistico”3.

Nel 1966 diversi eventi culturali di rilievo nazionale lo annoverano fra gli invitati. Tra questi “Arte Contemporanea in Emilia-Romagna”, rassegna alla quale prenderà parte anche nei due anni successivi, presso il Museo Civico di Bologna, dove, presenti in commissione tra gli altri Arcangeli, Ghermandi, Saetti e Sassu, viene insignito della medaglia d’oro dell’Amministrazione di Ravenna grazie all’opera in cemento intitolata Armadi come case.

Da citare, nello stesso anno, la partecipazione a una collettiva presso la Galleria Il Collezionista a Bologna e quella alla “VII Mostra Nazionale di Pittura, Scultura e Grafica Città di Lucca”, che gli consentirà di lasciare un’opera presso la Galleria d’Arte Moderna della stessa città toscana.

Nel 1967 vengono consegnati a Bruno Raspanti due importanti riconoscimenti per la Scultura quali la premiazione al “III Concorso di Ceramica e Scultura Francesca da Rimini”, tenutosi a Rimini, e il Primo Premio al concorso “G.B. Salvi – Piccola Europa” a Sassoferrato per l’opera intitolata L’uovo di Colombo. Ancora Quintavalle suggerisce la linea interpretativa del suo percorso artistico: “Anche qualche altra scultura ulteriore, come Uovo di Colombo, 1966, nonostante puntasse sul rifiuto appunto della scultura come monumento, e inventasse, fra l’altro, un monumento all’uovo (un uovo spaccato come nella plastica di Boccioni o di Balla), era in sostanza un momento di elaborazione ma non poteva essere terminale della ricerca: il pericolo del piacevole usciva fuori proprio da quella materia in sé troppo carica di una tradizione. Forse sarà anche un problema di fonderie, non dico, certo è che un oggetto di bronzo è sempre un ‘bell’oggetto’ e la fusione copre ogni cosa di una specie di patina unitaria, di un tessuto continuo” 4.

Il 1968 vede per la prima volta le opere di Raspanti protagoniste di una mostra personale alla Galleria di Palazzo Galvani di Bologna, replicata l’anno successivo presso la Galleria del Teatro a Parma. La recensione a catalogo della già citata mostra è del critico Arturo Carlo Quintavalle, il quale già nota in questo giovane artista qualità che lo porteranno a risaltare nel panorama culturale della seconda metà del Novecento: “Tra gli scultori a Bologna Raspanti, nonostante sia un giovane, è per me tra quelli che stanno dicendo e che diranno, ne sono sicuro, di più; del resto questa mostra mi sembra già piuttosto sconcertante. Se questa bocca aperta, il vetro spezzato dinanzi, – grida –, se la mano di gesso che

 

regge il cuore pare anche più fredda contro il rosa del ritaglio, se il pennino nell’occhio o la lama di luce che entra in alcune altre notevoli lito è – cattiva –, respinge, bene, se tutto questo accade, se cioè nessuno dirà ‘bello’ davanti a una scultura o ad un’opera grafica di Raspanti, vuol dire che lui è sulla strada giusta”5.

Nello stesso anno, il 1969, Raspanti presenta i suoi lavori a due importanti rassegne collettive, il “19° Premio del Fiorino – Biennale internazionale di Arte” a Firenze e alla “Cinquantanovesima Biennale Nazionale d’Arte” a Verona dove vince il Primo Premio per la Scultura con l’opera Pacco dono che rimarrà poi presso la Galleria d’Arte Moderna della stessa città.