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Il ritorno a Bologna 1970

Nel 1970, con la scultura Tutto nel bidone, Bruno Raspanti prende parte alla “XV Rassegna d’Arte della città di Termoli”, per poi presenziare a una collettiva di grafica presso la Saletta 70 di Modena insieme a Carlo Santachiara e Piero Copertini. Nella stessa città è organizzato l’evento intitolato “Arte e Critica 70”, a cui l’artista partecipa esponendo un’opera in ferro, filo, specchio e vetro. È di nuovo Quintavalle a commentare questo lavoro sulle pagine del catalogo:  “Lo sviluppo di questo rapporto complesso fra l’aspettativa e l’inganno, la percettibile violenza anche nei materiali si evidenzia nei vetri, opere più recenti, dove corde tese, schermi di cristallo, parabrezza spezzati, viti inserite negli schermi trasparenti, tutto tende a respingere fisicamente lo spettatore (il vetro taglia, lo specchio è spezzato) ed insieme a coinvolgerlo nella struttura dell’immagine che è architettata a volte come nei costruttivisti russi […]. Il senso del discorso di Raspanti mi sembra essere un osservare amaro e rigoroso la nostra società, la sua distruzione, la falsa immagine che essa offre a sé medesima. Un discorso che viene espresso non con immagini realistiche, magari sottilmente retoriche, ma attraverso invenzioni formali che sono invenzioni di racconto. Come mi sembra di avere già scritto su di lui, lo scopo è di respingere lo spettatore, di fargli temere quasi per la propria fisica integrità (il vetro ferisce), e dunque di farlo riflettere sul pericolo, sul coinvolgimento che provoca e anche sull’orrore (la maschera che mastica il vetro) del nostro sistema”6. Nel 1971 Bruno Raspanti partecipa ad alcune collettive tra cui si segnalano la “Terza Mostra di Primavera” a Bologna dal titolo “Via della Scultura” o il “20° Premio del Fiorino – Biennale internazionale di Arte” a Firenze dove, con un’opera in ferro e vetro, riceve il Premio degli Orafi di Ponte Vecchio. L’opera rimarrà poi presso la Galleria d’Arte Moderna di Firenze. Si segnala, inoltre, nello stesso anno, un evento di livello internazionale quale la mostra alla Galleria Françoise Grux – Art International di Parigi intitolata “Esthétiques et Violences”, dove espone insieme ad altri quattro artisti: tre italiani (Copertini, Montesano, Santachiara) e un francese (Ren).

Nel 1972, per la cura di Enrico Crispolti e Giorgio Di Genova, si organizza a Roma la rassegna “Prospettive 5”. Inserite nella sezione “Esperienze di progettazioni concettuali o spaziali”, le opere in ferro e vetro dell’artista bolognese vengono ancora una volta presentate da Arturo Carlo Quintavalle, che così conclude il suo scritto: “Le opere di Raspanti sono dunque all’interno di una cultura, quella che dal dadaismo arriva fino a Rauschenberg, e insieme ne sono sottile contrappunto. Sono opere inventate per non piacere; per non dare il senso appagato e raggiunto dell’oggetto che puoi possedere ma la fredda tagliente presenza di un suono intollerabile, di una rottura inattesa, di un pericolo, di una aggressività del materiale o anche solo di uno spazio possibile opposto a quello degli oggetti come li ricordiamo nel loro consueto ambiente. E questo lo chiamerei proprio composizione non degli oggetti ma delle aspettative, e ribaltamento delle sensazioni possibili.

In questa strada, la via del ribaltamento del previsto, la via della negazione del prodotto artistico e dell’educazione a capire l’opera creativa come polivalente (non solo formalistico) strumento comunicativo, Raspanti, che ha un dominio del materiale e una genialità inventiva che non mi pare trovi confronto, è solo oggi in Italia”7.

Ancora nel 1972 l’artista prende parte a Ravenna alla quarta edizione dell’importante premio denominato “Morgan’s Paint – Biennale internazionale di pittura, scultura, grafica”, portando ancora una volta un’opera in vetro. Il 1974 vede Bruno Raspanti protagonista di una personale a Bologna presso la Galleria de’ Foscherari. La descrive Giorgio Ruggeri sulle pagine del Resto del Carlino: “Non perdete quest’ultima mostra alla de’ Foscherari, dove Bruno Raspanti ha imbandito per voi alcune marmoree tavole rotonde con inconsuete scodelle di minestra e relativo cucchiaio. È la grande abbuffata che vi aspetta? No, qui non c’è niente da mangiare. Ci troviamo al cimitero della minestra. Anche gli utenti sono scomparsi. Di loro è rimasta soltanto una testimonianza in fondo al brodo”8.

Il testo a catalogo di Claudio Savonuzzi completa il quadro critico: “Cosa sono allora, queste minestre di Raspanti? In scena, evidente, è la morte della minestra. La tomba della minestra, una morte imbandita e messa in tavola […] Quanto ai motivi segreti, diciamo che questa morte imbandita di Raspanti è ordinata e neoclassica. Rotonde tavole di marmo e sopra impaginati con cura, pubblicizzati come il miglior brodo da morti, i cerchi netti dei piatti bianchi […] Qualsiasi dramma, complesso, perversione digestiva ci sia dentro Raspanti (cominciò anni fa con alimenti scaduti in una pattumiera, con imperfette masticazioni sotto vetro) il gusto formale è perfetto, la realtà equilibrata, la crudeltà ineccepibile, l’impaginazione silenziosa, la commozione educata, il rischio calcolato”9.