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Paesaggi 1980

Sul principio degli anni Ottanta, e più precisamente nel 1981, la rassegna organizzata a Bologna, dal titolo “Regesto. Percorsi della Ricerca artistica in Emilia-Romagna 1970/1980”, fa il punto sulla situazione artistico-culturale della nostra regione.

Non possono certo essere assenti le opere di Raspanti anche se, dopo qualche mese, all’inizio del 1982, e nella stessa città, non mancherà l’occasione per un incontro più meditato con la personale presso la Galleria Due Torri, curata da Adriano Baccilieri.

Dalle parole del critico emerge il significato e l’importanza di questo evento nella carriera artistica di Raspanti: “l’opera di Bruno Raspanti può leggersi come un’odissea interna, un viaggio attraverso il suo privato (storia, idee, memorie, arte, cultura, pensiero e lavoro) compiuto nello studio, deliberatamente lontano da confronti pubblici, attraverso un’intensa attività che era ormai tempo di far conoscere. (L’ultima personale di Raspanti risale infatti al 1975). L’itinerario condotto dal pensiero intorno a se stesso e al suo prodursi nelle opere volge al ritorno. Inizia un racconto lucido ma svolto con distacco, quasi impersonale. […] Teatri orientali bianchi di luce lunare, memorie di antiche are sacrali, simboli di riti arcani ed esoterici; o metafisiche piazze occidentali dove l’ironia proietta come presenza sospesa anche personaggi del quotidiano; e ancora ritratti, per un ritrovato piacere dell’infanzia, nel modellare la creta e nel colore, subito soggetto al brivido che queste effigi trasmettono nel loro stato di presenza-assenza. Il giro del pensiero si svolge davvero ad angolo pieno, ma Raspanti non propone analisi, si limita a presentare reperti”.

Nel 1983 le sue opere sono messe a confronto con quelle di altri due scultori, Ghermandi e Giacintucci, in una mostra intitolata “Dialogo di scultura. Q. Ghermandi – B. Raspanti – L. Giancitucci” che si tiene a Bologna presso il Centro Mascarella Arte Ricerca. Le parole di Claudio Cerritelli sul biglietto d’invito colgono lo spirito di questa iniziativa: “L’ipotesi di questa mostra parte da lontano, ha una radice che s’allontana candidamente dalle opportunità degli anni Ottanta, in questo senso è una mostra che lascia filtrare il rapporto fra tre scultori, Ghermandi-Raspanti-Giacintucci, tre generazioni diverse impegnate da tre distanze equidistanti, le loro. È inoltre suggerito qualche spunto differente dalla semplice presenza delle opere, qualche indicazione di materia non ancora compiuta, l’immagine della cultura del fare presentata senza eccesso di enfasi. L’idea del laboratorio, qui appena accennata, è un tutto in cui ogni gesto rinvia alla materia, ogni segno cresce in uno spazio determinato dal proprio intento. Questa doppia lettura, della materia e dell’opera, permette infine di cogliere il miracolo della manualità che questi tre artisti consegnano allo sguardo, alla fissità che si raccoglie intorno alle sculture, e il vederle è tutto”. Ancora nel 1983, Raspanti ha l’opportunità di esporre i suoi lavori all’interno dell’evento “Passaggi d’Arte”, tenutosi a Rovigo presso il Salone del Grano, a Fratta Polesine presso Villa Badoera, ad Adria presso la Sala Cordella, infine a Badia Polesine presso il chiostro dell’Abbazia della Vangandizza. Commenta Fausto Gozzi a catalogo: “Queste sculture mi hanno interessato in quanto, pur nelle forme povere con cui sono costituite, in esse sopravvivono tracce di ricordi familiari, di interni di case, cose e luoghi. Se mi è concessa una simile collocazione naturalistica, di tramando, allora significa che possiamo leggere queste opere come segni di un altrove di cui qui, di fronte a noi, è rimasta la spoglia, non ambigua e consolante, ma tesa e irta.

Sono come tanti voli affascinanti nell’hortus conclusus della memoria, il cui risultato viene sventagliato di fronte ai nostri occhi, come poveri resti di una civiltà a noi vicina. Queste forme, per l’immediatezza e l’elementarietà del mezzo, povero e potente, emanano, nel loro chiaro tramando, un loro ultimo palpito remoto di vita”.

A Ferrara e Venezia si tiene, nel 1984, un’importante rassegna dal titolo “De Via Aemilia. Percorsi critici per tre generazioni di artisti negli anni ’80”, in cui alcuni noti critici come Bonini, Cerritelli, Gozzi, Pasini e Spadoni curano ognuno una sezione nella quale propongono sei artisti. Claudio Cerritelli motiva la propria scelta sulle pagine dell’ampio catalogo: “Se ora si rende omaggio alla scultura non si può tacere la figura di Bruno Raspanti, inguaribile sognatore di equilibri formali, di silenzi e di pause che si danno appuntamento nello spazio dell’opera come in una scena segreta. Dagli anni Sessanta fino ad oggi Raspanti ha lavorato sul tempo della scultura, s’è dato un ritmo di meditazione intorno al fare arte che conferisce ad ogni sua opera la funzione di una sintesi, di una percezione che ha raggiunto il suo vertice emblematico. Raspanti può fissarsi sulla fronte della scultura oppure disporre sulla tavola dell’immaginazione gli oggetti, i frammenti, le forme della sua archeologia privata, e poi altre voci, altri vuoti. Ogni elemento interroga lo spazio accanto, lo avvicina e lo allontana, giocando sul peso della materia che in Raspanti è una condizione virtuale, mentale dell’opera. E la maggior risultanza di quest’atteggiamento continua ad essere la verità fisica che accompagna i materiali dello scultore, le loro energie contrapposte che si trasmettono nello spazio, senza esaurirlo”.

Ancora nel 1984 è invitato a Dozza per una personale presso la Galleria dell’Arco. È nuovamente Cerritelli  a commentare dalle pagine di Repubblica i lavori qui presentati: “Sono rare le occasioni della scultura, rare le mostre per incontrare le forme di quest’antica pratica dell’arte e raccogliere dai suoi materiali nuove fantasie e immagini per il presente. Bruno Raspanti è uno scultore che rende ancora più rare queste occasioni, un artista (è nato nel ’38 e lavora dal ’60) che s’è totalmente identificato con lo spazio della scultura da rimanerne imprigionato, quasi protetto in un magico segreto. Le opere scelte per la mostra […] sono luoghi autonomi, simbolicamente diversi, che tuttavia seguono quella volontà propria di Raspanti, il desiderio di abitare la materia lungo tutti i suoi mutamenti fisici, le sorprese e i calcoli, le apparenze e le verità, le oscurità e gli affioramenti di nuove presenze immaginative”.