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Le scimmie come autoritratti 1990

Il 1990 si apre con una personale a Ravenna presso Santa Maria delle Croci dal titolo “Bruno Raspanti. Il soffio di Hokusai”. Adriano Baccilieri, nel lungo e complesso testo a catalogo, si spinge ad affermare che l’artista è “una delle presenze più chiare ed alte della scultura italiana contemporanea, nonostante le sue rare comparse pubbliche; anzi, forse proprio per questo”, alludendo all’intensità del suo lavoro di ricerca in studio.

Prosegue intensamente l’attività scultorea di Raspanti e, a distanza di due anni, nel 1992, l’artista è pronto a presentare il suo lavoro per un’altra personale, questa volta presso il Circolo artistico di Bologna. Ne scrive Silvia Evangelisti: “È esposta una selezione di circa venti sculture eseguite nell’ultimo quinquennio: terracotte dipinte e due fusioni in bronzo accompagnate da alcuni disegni, carte nelle quali il ‘pensiero’ dell’opera si fa suggestione formale, essenziale e astratta. […] Il riferimento all’Oriente, così presente nel lavoro dello scultore e a cui rimanda anche il titolo della mostra ‘Il fango di Hokusai’, non richiama fascinazioni esotiche, ma evoca un segreto progetto di vita contemplativa, una interiorità profonda e totalizzante, che appartiene alle cose inanimate come a quelle animate”.

Nel 1993 si assiste invece a due occasioni collettive in cui Raspanti viene invitato a portare le sue opere: una mostra con la Galleria San Luca al Palazzo delle Esposizioni a Faenza e la prima importante rassegna biennale intitolata “L’Arte Contemporanea a Bologna”, che ha luogo appunto nel capoluogo emiliano. In questa occasione sarà la figlia Chiara a descrivere il lavoro del padre: “‘Trovato il proprio linguaggio l’artista si trova libero dalle fatiche dell’avanguardia’ sosteneva Melotti in una nota raccolta di riflessioni e ricordi e proprio questo tentativo di non inseguire il ‘contemporaneo’, ma di dar vita ad un’Antiscultura, ossia ad una scultura ‘antica’ in quanto espressione dell’uomo, della sua storia, delle sue imperfezioni, delle immagini primordiali parte integrante dell’inconscio collettivo, ma tesa all’utilizzazione di un linguaggio ‘moderno’, così convincente da permettere all’arte di rinnovare se stessa ogni volta, sembra caratterizzare l’arte di Raspanti”.

Nell’anno successivo, il 1994, viene organizzata ancora a Bologna, presso la Galleria San Luca, un’altra personale, “una mostra accattivante che raccoglie, accanto ad alcuni interventi a china, una ricca serie di sculture realizzate nel corso del ’93, punto d’approdo di una lunga e intensa sperimentazione sulle possibilità espressive della scultura e dei materiali, la carta, il vetro, il gesso fino alla terra, la ‘zolla’, da cui si sviluppano gli attuali lavori”. Nel testo introduttivo, Silvia Evangelisti prende spunto da questa esposizione per affermare: “Ciò che guida il lavoro di Raspanti è un’idea della scultura che, attraverso l’essenzialità delle forme e tracce minime, traduce in linguaggio moderno un pensiero ‘antico’ della presenza della forma: forma che non descrive ma crea; presenza che attinge ad una memoria archetipica della forma, dove l’uomo è, nella sua massima semplicità. […] Col suo ‘racconto’ Bruno Raspanti pare indicarsi e indicarci una ‘via per l’individuazione’; il suo lavoro, proprio perché raccontato sottovoce ed in estrema semplicità, contiene la sua cifra: cifra che consiste nel presentificarsi, nel diventare visibile degli elementi di quella totalità (tendenziale, trascendentale) verso cui si muove la vita psichica di ciascuno. E ciò non attraverso la solenne e a volte pomposa via dell’archetipo, bensì con piccoli e silenziosi frammenti di fiaba”. Tra le carte conservate da Raspanti, compare una minuta dattiloscritta di Concetto Pozzati in cui l’amico e noto pittore descrive le opere esposte in questa mostra e al tempo stesso traccia un profilo dell’artista: “Il titolo della mostra ‘Il fango è il luogo’ indica il luogo come soglia. Il verbo essere indica possesso del luogo. Non esiste la forma, la scultura, ma esiste qualcosa che si fa con il fango e così si identifica il luogo. Raspanti fugge per carattere suo proprio, per mancanza di ambizione al concetto di omologazione, non è collocabile, è antimonumentale, antiscultore; le sue sculture non hanno tempo. Ha creduto nella scultura frontale, non eretta come monumento ma come stele bidimensionale. Raspanti è un pittore perché accarezza la terra e si ferma prima della forma castrandosi, lui che sarebbe abilissimo”.

Nel 1994 si assiste alla presenza di lavori di Raspanti all’interno di due rassegne collettive. L’artista partecipa infatti, insieme a Costa, Novali e Pompili a “Sentiero d’arte”, un progetto inserito nel territorio di Lizzano in Belvedere. Gli artisti vengono invitati a farsi interpreti del territorio, avendo come punto di partenza della propria ricerca due elementi fondamentali, il museo di Poggiolforato e i materiali tipici della zona: legno, ferro e pietra. Prende parte inoltre a Gonzaga (Mt) alla mostra “Il paesaggio agrario nell’arte contemporanea – La materia del paesaggio – I edizione”. Come si legge sulle pagine a catalogo di Adriano Baccilieri, “Raspanti […] trova materia prima e originaria (più della creta davvero non si potrebbe) e quella sua materia è davvero ‘materia di parole o immagine’, oltre l’indicibile o il figurabile; ‘materia di paesaggio’ oltre il paesaggio; esemplarmente.

Il “paesaggio” riacquista corpo e forma nella materia “primigenia” in germinazione. Informale ancora, e già oltre l’informale, per cifra stilistica; seducente e arcano per cifra poetica. Paesi di un’altra dimensione, di un altrove divino. Paesi dell’utopia: regione “altra” dell’arte dove un soffio spira increspando le sculture ‘bonsai’ di Raspanti, bellissime nature e orizzonti di un deserto riarso e perduto, zolle incise nell’epitelio sublime di una terra remota nello spazio e nel tempo.

Una scultura indifesa e resistente come un’“‘ombra’ di Giacometti, fragile e invulnerabile come un’opera di Melotti, un’esistenza ‘liminale’ come in Leoncillo”24. Adriano Baccilieri inoltre firma, nello stesso anno, un ampio articolo per la rivista Art Leader in cui, nel commentare Raspanti e i suoi lavori degli ultimi anni, ribadisce che l’artista è “uno scultore da accreditare fra le presenze più chiare dell’arte italiana contemporanea”.